L’EMOM è una delle metodiche di allenamento che utilizzo più volentieri, anche se ammetto di avere un rapporto di amore e odio quando vado ad eseguirla. Ogni volta mi chiedo: “Chi me lo ha fatto fare?”.
Scherzi a parte se usato con criterio, può diventare uno strumento molto efficace per accumulare volume e densità di lavoro senza complicare inutilmente una seduta.
Il punto, come sempre in My Hybrid Way, non è trovare la metodica “migliore” in assoluto. È capire perché la stiamo usando, dove inserirla e come adattarla alla nostra situazione.
EMOM significa Every Minute On the Minute, letteralmente “ogni minuto allo scoccare del minuto”. Il principio è molto semplice: inizi il lavoro all’inizio di ogni minuto, esegui le ripetizioni previste e utilizzi il tempo che rimane come recupero. Allo scadere del minuto successivo riparti.
Semplice, appunto. Ma semplice non significa facile.

Cos’è un EMOM?
Immaginiamo di voler fare un EMOM di trazioni per 8 minuti.
Potremmo impostarlo così:
- minuto 1 → 5 trazioni
- minuto 2 → 5 trazioni
- minuto 3 → 5 trazioni
- …
- minuto 8 → 5 trazioni
Il numero di ripetizioni tendenzialmente rimane fisso, anche se nessuno vieta di andare a scalare, mentre il recupero effettivo dipende dalla velocità con cui completi il lavoro.
Se le 5 trazioni richiedono 20 secondi, avrai circa 40 secondi di recupero.
Se dopo qualche minuto le stesse 5 ripetizioni richiedono 30 secondi, il recupero scende a circa 30 secondi.
Ed è proprio qui che diventa interessante.
Il volume programmato rimane costante, ma la fatica percepita tende ad aumentare con l’accumularsi dei minuti.
L’EMOM introduce quindi un elemento di densità molto evidente: dobbiamo completare un determinato lavoro all’interno di una finestra temporale prestabilita.
Questo non significa automaticamente che un EMOM sia superiore a una normale organizzazione a serie e recuperi. Le variabili dell’allenamento sono molte e vanno sempre considerate insieme: volume, intensità, frequenza, recupero, esercizi scelti e obiettivo della seduta. La letteratura sulla programmazione della forza conferma proprio l’importanza di considerare queste variabili nel loro insieme, invece di cercare una singola tecnica “magica”.
Perché utilizzare un EMOM?
La domanda più importante non è:
“Quanto è figo fare un EMOM?”
Ma:
“Cosa voglio ottenere in questo momento da questa metodica?”
Nel mio modo di vedere l’allenamento, l’EMOM è particolarmente interessante quando vogliamo accumulare un volume tecnico significativo mantenendo una struttura temporale semplice.
Non dobbiamo quindi perderci dietro a mille calcoli.
Imposto:
esercizio → ripetizioni → durata → recupero implicito → qualità tecnica.
Questo può essere particolarmente utile con esercizi come:
- trazioni;
- dip;
- piegamenti;
- squat a corpo libero;
- kettlebell exercise;
- alcuni esercizi di forza complementare.
Naturalmente la scelta dipende dal livello della persona e dall’obiettivo.
L’EMOM può diventare anche molto impegnativo dal punto di vista metabolico, soprattutto aumentando il numero di ripetizioni o scegliendo esercizi complessi. Ed è proprio per questo che bisogna evitare l’errore di considerarlo semplicemente come un modo per “fare più fatica”.
Più fatica non significa automaticamente più adattamento.
Volume e densità: il vero punto interessante
Nel mio approccio l’EMOM mi interessa soprattutto per il rapporto tra volume e densità.
Facciamo un esempio.
Supponiamo di programmare:
EMOM 10′ – 5 trazioni
Alla fine avremo completato:
50 trazioni.
Ma non abbiamo semplicemente fatto 50 trazioni.
Le abbiamo distribuite all’interno di una struttura temporale precisa.
Questo ci permette di osservare anche un altro parametro: quanto bene riusciamo a mantenere la qualità del gesto quando la fatica aumenta.
I primi minuti potrebbero essere molto facili.
Al minuto 7 o 8, invece, potremmo iniziare a percepire maggiormente il lavoro.
La quantità di ripetizioni non è cambiata ma la fatica accumulata si.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che trovo più interessanti.
La ricerca sulla programmazione dell’allenamento di forza mostra che volume, intensità e recupero sono variabili fondamentali nel determinare lo stimolo allenante. L’EMOM non sostituisce questi principi: li organizza semplicemente in una modalità particolare.
Il mio modo preferito: spezzare l’EMOM
Qui arriviamo a una delle modalità che preferisco.
Prendiamo ancora le trazioni.
Voglio arrivare a un volume tecnico di circa 18 minuti di lavoro.
Potrei semplicemente fare:
EMOM 18′
Ma non è necessariamente quello che sceglierei.
Preferisco spesso utilizzare:
3 × EMOM 6′
Quindi:
EMOM 6′ → recupero → EMOM 6′ → recupero → EMOM 6′
Facciamo un esempio con 4 trazioni al minuto.
Ogni blocco produce:
6 × 4 = 24 trazioni
Tre blocchi:
24 × 3 = 72 trazioni totali.
La differenza è che tra i blocchi posso recuperare.
Questo mi permette di mantenere più facilmente una tecnica di riferimento costante.
Ed è un concetto che considero fondamentale per accumulare un buon volume di lavoro ma con un movimento di qualità.
Quanto deve essere difficile?
Qui entra in gioco un concetto di cui abbiamo già parlato nell’articolo dedicato all’RPE. (lo trovi qui: RPE: cos’è e come si usa)
Non voglio necessariamente che ogni minuto sia massimale.
Se parto con un numero di ripetizioni talmente alto da essere già vicino al limite nel primo minuto, probabilmente ho sbagliato impostazione.
L’obiettivo dovrebbe essere scegliere un volume gestibile, che permetta di mantenere la tecnica mentre la fatica si accumula.
Come riferimento generale, nel mio approccio mi piace arrivare verso gli ultimi minuti intorno a un RPE 8/10.
Quindi:
primo minuto → relativamente facile
minuti centrali → fatica crescente
ultimi minuti → impegnativi ma controllati
Questo crea una progressione naturale della percezione dello sforzo senza dover trasformare ogni sessione in una gara contro noi stessi.
EMOM e buffer: non serve arrivare al limite
Questo è probabilmente uno degli errori più comuni.
Se faccio un EMOM di trazioni e il mio massimale tecnico è 8 ripetizioni, non significa che debba fare 8 trazioni ogni minuto.
Potrei partire da 4 o 5.
Perché?
Perché il mio obiettivo è accumulare lavoro di qualità.
Se parto troppo vicino al limite, probabilmente dopo pochi minuti succederà una di queste cose:
- diminuirò le ripetizioni;
- sporcherò la tecnica;
- aumenterò il tempo necessario per completarle;
- ridurrò drasticamente il recupero;
- arriverò al cedimento;
- accumulerò fatica inutile.
E magari alla fine avrò fatto un allenamento molto più duro, ma non necessariamente migliore.
Il buffer diventa quindi uno strumento per gestire la fatica e preservare la qualità.
Quanti minuti e quante ripetizioni?
Non esiste un numero magico.
Nella mia esperienza, per il tipo di allenamento che pratico, trovo particolarmente interessanti EMOM compresi indicativamente tra 6 e 12 minuti, con un range di circa 4-12/15 ripetizioni, a seconda dell’esercizio e del livello.
Ma attenzione: questi numeri non sono una prescrizione universale.
Un principiante potrebbe trovare già impegnativo un:
EMOM 6′ × 3 trazioni
mentre una persona allenata potrebbe lavorare tranquillamente su volumi molto superiori.
Dipende da:
- esperienza;
- esercizio;
- forza relativa;
- numero di ripetizioni massimali;
- tecnica;
- recupero;
- posizione dell’EMOM all’interno della seduta;
- volume totale settimanale;
- eventuale presenza della corsa o di altri allenamenti.
Questo è esattamente il motivo per cui non amo dare “la scheda perfetta”.
L’allenamento deve essere contestualizzato.

Dove inserire l’EMOM all’interno della seduta?
Qui personalmente farei una distinzione.
Se il mio obiettivo principale è sviluppare forza massimale, non utilizzerei necessariamente un EMOM come parte principale del lavoro.
Perché?
Perché la forza elevata richiede spesso carichi importanti e recuperi adeguati. Diventa importante organizzare gli esercizi e i recuperi in funzione dell’obiettivo specifico.
Nel mio stile di allenamento vedo quindi l’EMOM molto bene come corpo centrale della seduta, dopo un’eventuale parte iniziale dedicata agli esercizi più tecnici o neurali.
Un esempio potrebbe essere:
1. Attivazione
Mobilità + riscaldamento specifico.
2. Forza esplosiva/principale
Un esercizio fondamentale, ad esempio muscle up, squat, trazioni zavorrate o military press.
3. EMOM
Lavoro di accumulo con trazioni, dip o piegamenti.
4. Core
Un breve lavoro complementare.
5. Defaticamento
Mobilità o recupero attivo.
In questo modo l’EMOM diventa uno strumento all’interno della seduta, non la seduta stessa.
Un esempio pratico per l’allenamento ibrido
Supponiamo di voler allenare la parte superiore del corpo.
Potremmo impostare:
Riscaldamento
5-10 minuti di mobilità di spalle e scapole + serie progressive.
Forza
Trazioni zavorrate
4 × 4-6
EMOM
3 × 6′ 5 trazioni
Complementare
Dip 3 × 8-10
Core
Plank + leg raises
3 giri
La struttura è volutamente semplice.
Non servono 15 esercizi diversi.
Il principio è:
stimolo → recupero → adattamento → progressione.
Come progredire?
Anche qui eviterei di complicare troppo le cose.
Se oggi riesco a completare:
3 × EMOM 6′ × 5 trazioni
mantenendo una buona tecnica e un RPE finale intorno a 8, posso progredire in diversi modi.
Per esempio:
Opzione 1 – aumento del volume
Passare da 6 a 7 minuti.
Opzione 2 – aumento delle ripetizioni
Passare da 5 a 6 ripetizioni.
Opzione 3 – aumento della difficoltà
Utilizzare una variante più difficile.
Opzione 4 – riduzione del recupero tra blocchi
Mantenendo invariato il volume.
Opzione 5 – miglioramento tecnico
Stesso allenamento ma esecuzione più veloce, pulita e consistente.
Quest’ultima opzione viene spesso sottovalutata.
Progredire non significa necessariamente fare di più.
A volte significa fare la stessa cosa meglio.
Quando l’EMOM non è una buona idea?
È importante dirlo perché altrimenti trasformiamo una metodica interessante nell’ennesima moda fitness.
L’EMOM non è sempre la soluzione.
Potrebbe non essere appropriato quando:
- sei molto affaticato;
- hai dolori articolari;
- la tecnica dell’esercizio non è ancora consolidata;
- il volume totale della settimana è già molto alto;
- stai utilizzando carichi molto elevati;
- la densità compromette la qualità del movimento.
Soprattutto, eviterei di utilizzare l’EMOM per esercizi che diventano pericolosi o tecnicamente instabili quando la fatica aumenta.
L’EMOM non è una gara
Questa è forse la cosa più importante che mi porto dietro.
L’EMOM può dare una sensazione molto gratificante perché il timer scandisce il lavoro e crea una piccola sfida contro noi stessi.
Ma non dobbiamo trasformarlo nell’ennesimo modo per massacrarci.
Il mio obiettivo nell’allenamento non è arrivare ogni volta distrutto.
Voglio costruire un corpo capace, forte e resistente, mantenendo abbastanza energia per vivere bene anche fuori dalla palestra.
Per questo preferisco un EMOM che mi lasci con la sensazione:
“Avrei potuto fare qualcosa in più.” piuttosto che: “Non riesco più ad alzarmi.”
La differenza è proprio questa: allenarsi per costruire longevità.
Conclusione
L’EMOM è una metodica estremamente semplice: lavori all’inizio di ogni minuto e utilizzi il tempo restante per recuperare.
Ma dietro questa semplicità c’è uno strumento interessante per gestire volume, densità, fatica e qualità tecnica.
Nel mio approccio lo trovo particolarmente utile per esercizi come trazioni, dip e piegamenti, soprattutto quando voglio accumulare volume senza trasformare la seduta in una sequenza infinita di serie.
Il punto, però, rimane sempre lo stesso.
Non copiare un EMOM perché lo hai visto fare a qualcun altro.
Chiediti:
Cosa voglio allenare?
Quanto volume posso gestire?
Quanto recupero mi serve?
La mia tecnica rimane stabile?
Come si inserisce questo lavoro nel resto della settimana?
Queste domande valgono molto più della metodica stessa.
Ed è proprio questo il modo di ragionare che voglio portare avanti con My Hybrid Way: non una raccolta di schede da copiare, ma strumenti per imparare a capire il proprio allenamento e diventare progressivamente più autonomi.
L’EMOM è uno di questi strumenti.
Usalo con logica, adattalo al tuo livello e, soprattutto, non dimenticare che l’allenamento deve essere sostenibile anche nella vita reale.
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